I Veneziani negli anni ’60

I Veneziani negli anni '60

La mostra si divide in cinque sezioni:

1. Venezia città operosa (i mestieri). Il commercio minuto e necessario era gestito da uomini e donne pigramente
dedicati al loro lavoro quotidiano, ineluttabile e sereno.
2. Venezia città antica (gli anziani). I vecchi, poveri o no, trovavano dovunque i loro spazi tranquilli in riva degli
schiavoni o nei bar alla periferia del centro storico.
3. Venezia città chiassosa (i bambini). Nei favolosi anni sessanta i bambini giocavano nei campi e nuotavano nei
canali, correndo rischi oggi impensabili, in splendida assenza di madri affaccendate a tenere in ordine la casa in
affitto e di padri occupati nell’accumulazione di beni primari e non.
4. Venezia città viva (la gente). Ma dove sono finiti tutti? Quando è cominciato l’esodo? E perché? Non lo so. So
però che la vita di quelli che l’hanno costruita è tutta ancora nelle pietre, nelle strade, nelle opere che oggi tutti
gli “altri” usano e che “noi” vorremmo salvare quale reperto storico irriproducibile. Per “noi” la città è sempre
stata lì, immancabile, presente, nella quale era normale vivere, usabile senza paura, vissuta da tutti, perfetta,
“nostra”.
5. Venezia città silente (i luoghi della quotidianità). Fotografie in bianco e nero, dunque, scattate con una reflex
Pentax da un ventenne curioso e solitario alla ricerca della vita. Oggi queste foto ci aiutano a comprendere
“quanta acqua sia passata sotto i ponti” di questa città cresciuta sull’acqua e per la quale è sempre più
necessario chiedere ad alta voce: salvemo almanco ‘e piere (salviamo almeno le pietre).

Andrea Grandese, classe 1946, nasce a Rialto, risiede a Cannaregio, veneziano doc,
madre di Burano e padre di Rialto, liceo classico, laurea in sociologia a Trento. Dopo
molte e differenti esperienze lavorative e creative si trasforma infine in editore, prima
veneziano e poi internazionale, collaborando con le più importanti case editrici di libri
illustrati e d’arte del mondo. Solitario, schivo, lontano dal potere in tutte le sue forme,
tranne quelle che il suo pessimo carattere non riusciva a evitare, vive da sempre a
Venezia, da cui è fuggito continuamente cercando di dimenticarne il progressivo
degrado e in cui, nonostante tutto, è sempre ritornato.

——- Testi tratti dal volume I veneziani negli anni ‘60 edito da Gambier&Keller Editori ——-


Dal testo di Andrea Grandese


Io ci sono nato, in questa città. Sembra che oggi non sia così diffusa questa caratteristica. A Venezia, infatti, sono
nate un certo numero di persone che non ci vivono più e ci vivono un certo numero di persone che non ci sono
nate. Naturalmente è così in tutti i luoghi del mondo, ma forse in nessun’altro luogo si vive questo fatto come un
impoverimento. Non solo il totale netto, la differenza fra dare e avere, è negativo, ma l’avere è anche provvisorio.

Non possiamo non ammettere che, da secoli, “noi veneziani” stiamo vivendo di rendita sul patrimonio accumulato
nel passato, che per fortuna o per furbizia o per caso siamo riusciti, per il momento, a non dilapidare. Un
patrimonio talmente immenso e al di là della storia, che nemmeno la storia stessa è riuscito a distruggerlo.


Dalla prefazione di Silvio Testa


Negli anni ‘60 quella era ancora una Venezia per la quale Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana
a Lepanto, avrebbe ritenuto giusto combattere! Certo non era più la potente, orgogliosa Serenissima Repubblica
— caduta all’incirca due secoli prima —, ma era pur sempre la città dei veneziani, all’incirca uguale a quella di
prima, nella quale il nostro Sebastiano, mutatis mutandis, si sarebbe riconosciuto. Avrebbe capito, e avrebbe
potuto viverci.


Dal risvolto di copertina di Annalisa Bruni


Venezia, anni ’60 del secolo scorso. Un ventenne gira per la città. Non è un turista. È un giovane veneziano
solitario che percorre le calli, i campielli, la Piazza guardandosi attorno con occhi attenti e curiosi. Ogni tanto
qualcosa, o per meglio dire, qualcuno, cattura la sua attenzione, allora si ferma e coglie quell’attimo in uno
scatto. Quegli scatti appartengono a pieno titolo al filone della street photography, che in quegli anni vedeva
protagonisti grandi maestri come Willy Ronis, Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau e, a Venezia, molti
esponenti del Circolo la Gondola.

Sono attimi di vita quotidiana rubati, nessuno è in posa, le persone vengono colte senza che si accorgano di
essere riprese, mentre lavorano, passeggiano, si divertono, leggono il giornale, sferruzzano al sole, si riposano
su una panchina. Mentre vivono, insomma.